Conversando con Jean Delumeau (1923-2020)
Un’intervista a cura di Serge Cosseron e Bruno Somalvico realizzata per i programmi culturali della Radio Svizzera nel 1981
Il tema della nostra conversazione può essere riassunto molto bene dal brano musicale il Dialogo tra Cristo e i peccatori, composto attorno al 1684 da Marc Antoine Charpentier. Infatti, la figura del "peccatore” è una figura fondamentale nello stile di un cristianesimo “tridentino" che va dalla metà del Cinquecento (ossia dal Concilio di Trento, appunto), fino a ieri, fino ai nostri anni Sessanta, quando un altro Concilio (il Vaticano II) inizia effettivamente un nuovo "stile" di vita cristiana. Non che oggi non si parli più del peccato, ma è certo che l'ossessione della colpa lascia il posto a un atteggiamento più fiducioso e più libero di fronte al divino. E chi è nato nella prima metà del Novecento può forse ricordare questo passaggio da un cristianesimo ancora in buona parte debitore della tradizione della pietà barocca, ad un cristianesimo più ecumenico e più aperto ai bisogni dell'uomo. Quello di ieri era certo un cristianesimo severo, nonostante il fascino delle Chiese barocche e delle feste liturgiche. Ciò per secoli è stato la sola via alla dimensione dello Spirito por i nostri popoli contadini che non avevano la vita facile. E forse un certo "ascetismo" dei nostri avi si nutriva anche di questa educazione cristiana piena di sensi di colpa e di pessimismo. A tal punto che molti oggi si chiedono se quel cristianesimo non si fondasse sulle paure ancestrali della povera gente. E non è soltanto l’uomo della strada a crederlo. Se lo è chiesto Jean Delumeau uno di maggiori storici del Cristianesimo, autore di molti libri di storia religiosa, che abbiamo incontrato a Parigi nel suo studio al Collège de France. Ebbene, uno dei punti più originali degli studi di Jean Delumeau e riassunto proprio nella domanda che dà il titolo alla nostra trasmissione: Il Cristianesimo è fatto di paura? Delumeau ha scritto due grosse opere proprio su questo tema: una uscita nell'ottobre 1984 Il peccato e la paura l'altra invece risale al 1978 La paura in Occidente, IV XIII secolo. Ci paiono estremamente interessanti anche per l’uomo di oggi. C’è infatti un'esperienza religiosa classica, che è stata descritta in molti romanzi e in molti diari autentici, di giovani che hanno finito per rifiutare la loro educazione religiosa e che hanno un ricordo penoso, proprio perché questa. Educazione religiosa comportava grossi sensi di colpa e paura di condanne eterne e cose simili. E' curioso che Lei, come storico, si sia messo a studiare questo tema della paura che ha risvolti psicologici profondi e molto personali, quindi sembra sfuggire alle scienze sociali come la storia.
Jean Delumeau: Debbo dirle che, sin dagli inizi, mi sono messo a studiare i fatti religiosi, privilegiando due campi d'indagine: innanzitutto l'esperienza religiosa quotidiana, il che significa che non mi sono occupato dei grandi personaggi della Chiesa, o delle dottrine ufficiali, o delle istituzioni più rappresentative, ma piuttosto della vita religiosa di tutti i giorni vissuta dalla massa dei cristiani. L'altro campo di indagine che mi ha interessato (lo ha già detto Lei) è stato il sentimento della paura... Ma questo tema della paura è strettamente collegato a quello del Cristianesimo e a quello della vita della Chiesa. Infatti il mio primo libro sull'argomento si intitolava La paura in Occidente: una città assediata. Ebbene, la "città assediata" è la Chiesa dei secoli XV, XVI ed oltre, fino al Settecento inoltrato. Del resto, la Chiesa stessa ha avuto, in quei tempi, l'impressione di vivere in un'atmosfera d'assedio. Quindi in sostanza posso rispondere alla sua domanda in questo modo: i due temi che ho affrontato sono complementari e si implicano vicendevolmente: un’indagine sull'esperienza religiosa quotidiana ¬presuppone di sapere qual è il ruolo della paura all'interno di questa quotidiana vita religiosa.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: La domanda spontanea sarebbe, a questo punto, quella di sapere se nel cristianesimo uscito dal Concilio di Trento" la religiosità è dominata dalla paura, e, in caso affermativo, ci si potrebbe chiedere cosa vale una religiosità che si riduce semplicemente a "paura" . Ma prima di arrivare a questo punto, vorrei che ci precisasse alcune cose. Per esempio, come si fa a fare un'indagine storica sulla paura. Mettiamo la questione in termini più precisi: in sostanza, prendendo come oggetto di ricerca la paura (quindi non una idea, non una tecnica, non un gruppo so¬ciale, ma un sentimento vago e spesso inconscio), Lei, prof. Delumeau, apre un capitolo nuovo della storia delle mentalità. Cioè Lei ci propone una storia degli atteggiamenti psicologici che si nascondono dietro le azioni (in questo caso dietro la pratica religiosa, che è fatta d’azioni concrete). Il problema è che le azioni sono documentabili facilmente, mentre gli atteggiamenti psicologici inconsci lo sono molto meno. E poi c’è anche il fatto che Lei non ci propone un'indagine su una élite ristretta, ma una ricerca quantitativa sul cristianesimo e sulla paura delle masse... Questo pone certamente dei problemi…
Jean Delumeau: E' evidente che queste ricerche quantitative sono indispensabili. Per esempio, quando si vuole misurare l'importanza di un autore o di un libro nella formazione mentale o religiosa della gente, la frequenza delle edizioni diventa molto significativa. Prendiamo, sempre come esempio, alcune opere del secolo XV: i manuali di casistica di Sant’Antonino di Firenze, dove la morale cristiana è illustrata e applicata ai casi più impensabili. Ebbene, queste opere (per dirne una, il Manuale di Confessione) hanno avuto un numero incredibile di edizioni per tutto il Quattrocento e il Cinquecento. Questo prova che queste opere rispondevano a un bisogno particolare estremamente sentito, trattavano cioè dei "casi di coscienza", del ruolo della confessione, degli scrupoli morali. Ecco quindi un dato quantitativo che può chiarire alcuni aspetti della mentalità religiosa del periodo.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Quindi in questo caso noi avremmo la documentazione che, per il cristiano del secolo XV e XVI, il bisogno della confessione è la spia di un'inquietudine morale che arriva fino allo scrupolo e all'angoscia... Un angoscia che è parente stretta della paura...Ma proprio questo bell'esempio, mi pare, ponga il problema di intendersi sui termini. Di che "paura" parliamo? E’ sempre difficile definire i sentimenti, che spesso sono vaghi e non sono appunto concetti. Ma non c'è dubbio che c'è una certa differenza tra la paura come sentimento spontaneo, immediato, come reazione incontrollata, e la paura che diventa sistema di vita, sistema di educazione, o sistema di controllo politico...
Jean Delumeau: Io ho fatto una distinzione tra paure spontanee e, appunto, paure "riflesse", senza per questo stabilire un'opposizione... Se Lei attraversa una strada e, in quel momento, arriva una macchina, Lei è naturalmente preso dalla paura. Ecco una paura spontanea... Così le paure che prendevano un tempo la gente davanti ai temporali o davanti alle epidemie di peste erano certamente paure spontanee. Il secondo livello è invece quello della paura "riflessa", cioè una specie di ripiegarsi della paura su se stessa, dovuto alla crescita alla diffusione della paura stessa. Ma vediamo come si passa dal primo al secondo livello. C'è una data molto significativa in Europa, che è il 1348, l'anno della famosa peste nera. A partire da quel momento sembra quasi che una valanga di mali si abbatta sull’Europa Occidentale. E allora la Chiesa ha riutilizzato, di fronte a tutte queste calamità, una spiegazione molto antica, e cioè che Dio punisce le comunità peccatrici oltre che i singoli peccatori. Quindi tutte le difficoltà di quell’epoca sono attribuite a1 fatto che il mondo cristiano è impastato di peccato. Quali peccati? Beh, la Chiesa comincia a segnalare una serie di fatti non necessariamente veri: il diffondersi della bestemmia, l'aumento del numero delle streghe ed altri fatti similari. Si costruisce così :una "paura riflessa" che porta a sottolineare l'immagine della morte, del giudizio divino e di quello universale, del potere di Satana, dell'Inferno e via dicendo. ¬Coloro che sono più sensibili a questa "paura riflessa" sono proprio i predicatori, sono coloro che, attraverso il ministero pastorale, le diffondono. C'è insomma una "catena" di paure: le paure spontanee generano quelle riflesse, e quelle riflesse, attraverso coloro che ne sono convinti, si diffondono creso il grande pubblico.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei sa, prof. Delumeau, che nella letteratura italiana esistono pagine memorabili sulla paura diffusa della peste e sulle rivolte emozionali provocate dalla paura della carestia. Sono le pagine del Manzoni, il quale, tra l'altro, da buon romantico moderato, tende a vedere queste rivolte popolari nella Milano del Seicento, non come espressioni della coscienza popolare, ma come semplice frutto di emozioni come la paura, appunto. Prese dalla paura immediata della fame, le masse popolari, secondo il Manzoni, reagiscono d'istinto e non con la ragione… Non riescono ad esempio ad identificare la responsabilità del potere…
Jean Delumeau: Bisogna dire che, nei tempi passati, tra le paure "spontanee" c'era anche, in certi periodi di carestia, la paura di morire di fame in senso letterale. A questo bisogna aggiungere un’altra paura assai diffusa: la paura di tasse insopportabili. Alcuni autori francesi hanno mostrato che questa paura è stata persino più forte della paura di morire di fame o comunque che queste due paure formavano un tutto unico, perché un eccesso d'imposte (cosa non eccezionale nella Francia del Seicento) voleva dire, per molta gente, precipitare al di sotto della soglia tollerabile di povertà, e cioè morire di fame. Siamo sempre nel campo delle paure "spontanee", perché, in questi casi, non è il potere che fa paura, ma la fatalità quotidiana. Vede, in quei tempi, le rivolte o le "rivoluzioni" organizzate a tavolino erano assai rare, quasi inesistenti. Quasi tutti i movimenti sediziosi di cui abbiamo notizia, sono movimenti spontanei. E in questi movimenti spontanei, il coefficiente della paura (ho cercato di mostrarlo nel mio libro) entra in proporzione considerevole, mentre oggi - penso, per esempio, al terrorismo organizzato o alle rivoluzioni pianificate - la componente "paura" c'entra molto meno.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Insomma, Lei direbbe che la classi popolari dell’Europa preindustriale vivono più di "emozioni" e di "cuore", che non di ragione e di razionalità. . .
Jean Delumeau: Effettivamente, in un certo gruppo, un pesante aumento delle imposte, oppure un delinearsi della carestia, genera appunto "un'emozione" (come si diceva una volta, e guardi che questo termine di "emozione" sottolinea proprio il carattere spontaneo)... Si tratta di una paura non "riflessa", di una paura che non è stata oggetto di una elaborazione intellettuale (contrariamente alle "paure teologiche" di cui abbiamo appena parlato). Ma, per rispondere alla sua domanda, bisogna distinguere tra quella che è una paura istintiva, immediata e incontrollata, e uno stato di quasi permanente inquietudine... Per esempio, davanti a un temporale, c'è una sensazione di paura che appare improvvisamente e che cessa quando il temporale è passato. Invece c'è uno stato di latente inquietudine che si spiega con la precarietà delle condizioni economiche del tempo e del gruppo sociale al quale si appartiene. Questa precarietà permanente è quella che provoca, nei momenti di crisi, l'esplosione della paura. Quindi queste esplosioni di paura nascono proprio sullo sfondo di questa situazione precaria quasi permanente.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Quindi le ricorrenti "emozioni" delle classi popolari si spiegano anche con la coscienza che esse hanno di vivere quasi sempre in una situazione di pericolo, cosa che del resto era, tra il Quattrocento e il Settecento, perfettamente vera dal punto di vista economico. E' forse per questo che, per secoli, i contadini sono stati sempre diffidenti nei confronti di ogni novità?
Jean Delumeau: Non è solo la mentalità contadina che ha paura delle "novità". Si paura della novità a tutti i livelli. E io ho appunto cercato di far vedere (nel mio libro) che tutta la polemica tra cattolici e protestanti nel Cinquecento e agli inizi del Seicento, si regge sul fatto che ognuna delle parti accusa l'altra di essere "innovatrice". I cattolici dicono ai protestanti: “Voi state cambiando la nostra religione” e i protestanti rispondono: “Siete voi che avete cambiato il cristianesimo primitivo”, aggiungendo alla parola di Dio le vostre strutture istituzionali e i vostri culti idolatrici. Quindi anche ai più alti livelli culturali, si ha paura della novità. Non per niente si è condannato Galileo. La visione astronomica di Galileo appariva talmente nuova e rivoluzionaria, da sembrare inaccettabile persino a persone di grande cultura e di grande tolleranza, come era, per esempio, papa Urbano VIII e, in generale, la famiglia Barberini che governava allora lo Stato Pontificio e la Chiesa Cattolica.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Senta, prof. Delumeau, i suoi studi ci presentano sempre questo cristianesimo tridentino attanagliato dalla paura, dall’angoscia e dal senso di colpa. A questo punto diventa obbligatorio chiedersi che senso ha una religiosità di questo tipo? Che senso ha una religiosità che incatena l'uomo alla paura invece di dargli la libertà dello spirito? Ci rendiamo conto che lo storico non ha tanto il compito di giudicare il passato, quanto di farlo capire; però è anche vero che storici non abitano un satellite che gira al di sopra dell’universo e non sono dei semplici osservatori di una realtà che non li riguardi. Se, per esempio, il Cristianesimo che esce dal Concilio di Trento, è un cristianesimo non autentico, un cristianesimo da galera, ci pare che la faccenda ci riguarda, anche perché il Cristianesimo di Trento è quello in cui sono cresciute le generazioni sino al Concilio Vaticano secondo.
Jean Delumeau: Credo che la realtà sia bivalente in questo caso, e che tutte dipenda dal livello culturale in cui ci si pone. Mi spiego. Una delle caratteristiche fondamentali della nostra civiltà preindustriale è stata la presentazione che essa ha fatto del peccato originale. Oggi questa immagine è un po' alla volta, abbandonata (anche se questo non significa che non si creda più al peccato originale). Ma, nella tradizione, l’insistenza sul peccato originale significava che c’era stata, in un tempo mitico, un’età dell'oro" dell'oro. Il mondo era quindi caduto¬ e decaduto, e le cose non potevano andare se non di male in peggio fino al ritorno del Signore. Quindi la sola cosa che contava era "la vita eterna", che non si poteva raggiungere se non dichiarandosi "peccatori" (e quindi "colpevoli"), e implorando l'aiuto divino. Certo, questo continuo "colpevolizzarsi" dava un grande potere ai confessori, e al clero. Ma non bisogna credere che il senso di colpa fosse soltanto qualcosa che era funzionale al potere clericale. Era, ed è qualcosa di assai più importante. Non a caso Freud e Jung sono d'accordo nel sottolineare l'importanza del "peccato" nello studio di qualunque società. Freud presenta il senso di colpa come il problema fondamentale della civiltà., e Jung dice che non c'è nulla di più adatto a risvegliare le coscienze che un disaccordo con se stessi. Ora, io credo fermamente che nessuna società al mondo ha mai dato tanta importanza al senso di colpa e alla vergogna quanto la società europea occidentale tra il Quattrocento e il Settecento. Ma questo non è un fatto soltanto negativo: grazie a questa "colpevolizzazione intensiva" l'uomo occidentale è stato indotto a conoscersi profondamente e a precisare la sua identità. Lei ha mai pensato alla strana coincidenza che nella nostra pittura, l'arte del ritratto si è sviluppata assieme a questa "cattiva coscienza" dell'uomo occidentale?... C'è sicuramente un legame tra senso di colpa, inquietudine e creatività. Noi uomini del XX secolo non possiamo essere che cattivi giudici. La nostra epoca continua a ripetere che vuole farla finita col senso di colpa, senza rendersi conto che mai come oggi questo desiderio si è tradotto nella colpevolizzazione degli altri: destra, sinistra, reazionari, progressisti, sono, di volta in volta, i "colpevoli" del mondo e, negli stati totalitari, è legittimata la loro tortura e la loro uccisione. In materia di paura si pub dire che noi abbiamo superato i nostri antenati. E' vero che, nel Seicento, c'era una diffusa ":xenofobia" che rendeva la gente diffidente anche nei riguardi di coloro che abitavano il villaggio vicino. Ma le classi :dominanti viaggiavano molto e i contatti tra culture diverse erano numerosi. L'arte, per esempio, era un’arte internazionale. Quindi coesistevano due realtà contrastanti: una vivace circolazione di idee, di uomini, di gusti estetici da una parte, e dall'altra, nei ceti inferiori, la sopravvivenza di una solida xenofobia che non scomparirà tanto facilmente.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Qui, mi pare, ritroviamo ancora questa diversità di cultura tra "élite" e mondo contadino. Certo, qui la cosa è spiegabile facilmente proprio sul piano sociale ed economico: viaggiare e conoscere il mondo oltre il proprio villaggio, guardare al di là del proprio orticello, richiedeva un alto reddito. Ma se prendiamo altri elementi comuni a tutte le classi sociali, ad esempio le epidemie, la morte, le calamità naturali (cioè tutte cose che non fanno distinzioni di classe e di ceto), possiamo parlare di paure comuni a tutte le classi sociali? Oppure le reazioni erano differenti?
Jean Delumeau: Oggi ci si accorge sempre di più, studiando questo tema della morte - che è veramente un tema internazionale per la storia delle mentalità- , ci si accorge sempre di più, dicevo, che ciò che conta non è solo la morte, ma il modo di morire. E proprio la peste era un modo non abituale di morire che aveva caratteristiche terrorizzanti e inquietanti, perché si moriva all'interno di un mondo disorganizzato. Non si aveva, insomma, il tradizionale sostegno sociale che accompagnava la morte. E sebbene la società preindustriale fosse una società molto abituata alla presenza della morte (la dinamica demografica è una prova sicura), la gente non si abituò mai alla morte come conseguenza della peste, proprio perché era un modo particolarmente orribile di morire. Così, quando si manifestava un'epidemia in una città, e le autorità non erano più in grado di nascondere l’esistenza della peste, la gente pensava soltanto a fuggire, a piedi, in carrozza, con carretti trainati a mano, con le cose di casa oppure da soli… Era comunque l'affollamento alle porte della città in mezzo al caos più indescrivibile...
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei ci ha detto prima che queste ricorrenti "paure spontanee” hanno generato un cristianesimo fatto di paure riflesse, dove predomina la colpa, il peccato, la meditazione sulla morte ecc... Mai lei non pensa che anche con questa ossessione del macabro, l'Europa del Seicento e del Settecento sia stata "re-cristianizzata" e che, in qualche modo, queste paure riflesse abbiano dato unità e forza alla cultura europea?
Jean Delumeau: Lei ha impiegato la parola “re-cristianizzazione", che, per me, è un termine discutibile. Perché dal mio punto di vista (e tutti i miei libri lo ribadiscono), si è trattato non tanto di “re-cristianizzazione" quanto di "cristianizzazione" vera e propria. E’ per questo che in un capitolo del mio libro Il Cattolicesimo fra Lutero e Voltaire ho messo in dubbio questa leggenda che ci sia un Medio-Evo cristiano. Io credo sinceramente che, alla fine del Medio-Evo l’Europa era assai meno cristiana di quanto si è detto. Naturalmente mi rendo conto del carattere dirompente di quest'affermazione, e mi piacerebbe che si facessero delle serie ricerche per confermare o infirmare questa mia affermazione. Quindi diciamo che, al momento attuale, la mia è un'ipotesi, ma un’ipotesi assai feconda di lavoro. La mia sensazione è che il mondo contadino, che era allora il 90% della popolazione europea, nel momento in cui avviene la Riforma protestante e la Controriforma cattolica, è ancora poco cristianizzato. E infatti, entrambi questi movimenti di riforma (sia quello che fa capo a Lutero, sia quello che fa capo al Concilio di Trento si assomigliano in questo: che entrambi tentano massicciamente ci cristianizzare le campagne, come se il mondo contadino fosse rimasto, fino a quel momento, al di fuori di ogni evangelizzazione. In questo senso ha ragione di supporre che la divisione tra cattolici e protestanti finisce, paradossalmente, per unificare la cultura europea (invece di dividerla maggiormente), proprio perché recupera il mondo rurale. Ed ecco qualche fatto che può indurre a ritenere ragionevole questa tesi. Prendiamo come esempio il caso della stregoneria. Le due riforme hanno combattuto violentemente la stregoneria. E credo che ciò sia avvenuto perché la stregoneria era vista diversamente dai contadini e dagli uomini di Chiesa. I :.contadini avevano certamente paura di queste donne ci cui si diceva che potevano fare del male ma arche che potevano guarire, oppure che potevano far morire il bestiame o scatenare tempeste. Insomma i contadini dei Seicento erano convinti che streghe e stregoni avevano, in quanto persone, dei poteri eccezionali. E’ per questo che di fronte ad un improvviso aumento della mortalità infantile, oppure di fronte a una moria del bestiame, queste persone venivano denunciate ai tribunali locali. Il punto di vista dei giudici (ecclesiastici o laici che fossero) era completamente diverso. Era un punto di vista “teologico", anche quando i giudici erario laici (perché non bisogna, dimenticare ch¬e i giudici laici hanno condannato tante streghe quanto gli ecclesiastici). Per loro le streghe e gli stregoni non avevano nessun potere in quante persone speciali o diverse. Essi avevano i poteri occulti in quanto li ricevevano dal diavolo. Da qui l'importanza che i giudici attribuivano al momento in cui la strega aveva stipulato il patto con il diavolo (vi erano lunghi interrogatori sull'argomento, e i giudici scrupolosi e onesti cercavano di sapere come quando e dove era avvenuto il patto), oppure l'importanza che si attribuiva alla ricerca di un "marchio" satanico sul corpo dell'accusata. Insomma, non c'è dubbio che qui abbiamo due culture differenti: una cultura rurale, che se ne infischia della teologia e una cultura "chiesastica" (cattolica o protestante) che cerca una spiegazione teologica al potere anormale delle streghe e degli stregoni.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Allora il cristianesimo barocco e tridentino segna la fine definitiva della cultura contadina?
Jean Delumeau: Io non dico che queste due culture siano rimaste estranee l'una all'altra. E non penso nemmeno, contrariamente a quel che credono altri storici, che ci sia stata soltanto "repressione" della cultura. contadina da parte della cultura "chiesastica". Nel campo della stregoneria è certamente stato così, ma abbiamo altri campi in cui c'è stata una specie di "circolazione" e di compenetrazione delle due culture. Proprio per questo la cultura degli uomini di Chiesa ha finito per far accettare – e anche molto bene - molti dei suoi elementi al mondo rurale. Quindi non credo a una radicale eterogeneità delle due culture. Ciò non toglie (la Storia è il campo delle sfumature) che per quello che riguarda la stregoneria. c'è stato un vero e proprio scontro frontale.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Qualcuno ha pensato che proprio questo scontro frontale sulla stregoneria è emblematico di una situazione generale di scontro tra due culture: quella contadina da una parte, e quella della Chiesa, dal l'altra. Mi riferisco, per esempio, al libro di Carlo Ginzburg su I Benandanti del Friuli, un antico culto agrario di fertilità. che diventa dietro a pressione degli Inquisitori, un culto demoniaco... Come se la Chiesa dicesse: “non avrai altri culti al di fuori dei miei”...
Jean Delumeau: Era appunto a Carlo Ginzburg che stavo pensando. Apprezzo molto il libro su I Benandanti, che mi capita di citare spesso, ma penso che Ginzburg faccia eccessivamente leva sull'opposizione tra le due culture e non colga abbastanza la loro comunicazione reciproca. Secondo me, quando parliamo del cristianesimo tridentino, noi non ci troviamo davanti a due mondi chiusi ed impermeabili. Ci sono state, tra la cultura popolare e la cultura "colta" (diciamo così), comunicazioni e influenze numerose e continue.
Parliamo ora nella seconda parte della nostra intervista della pietà quotidiana. In questi ultimi venticinque anni (dal Concilio Vaticano II) la vita cristiana ha cambiato stile. La cosa è innegabile e, del resto, proprio ciò che hanno voluto i padri conciliari: un cristianesimo più ecumenico, più fiducioso nelle capacità dell'uomo e meno ossessionato dal senso di colpa. fa chi è nato nella prima metà del Novecento può ricordare una certa educazione cristiana influenzata da un altro concilio importante nella vita della Chiesa, quello di Trento, del 1543. Era un altro stile di vita:.più severo anche più ascetico, gravato spesso da un senso di colpa e dalle paure della dannazione eterna. Ebbene, questo cristiane¬simo tridentino o barocco ha segnato la nostra cultura per quattro se¬coli e ha lasciato tracce profonde. Ci ha dato bellissime Chiese, un catechismo essenziale, un clero meno mondano, ci ha dato anche il senso della ribellione, perché molti adulti e meno adulti hanno rifiutato le paure e i sensi di colpa che comportava. Insomma, in ogni senso, lo stile di vita cristiana del Concilio di Trento è stato un grande avvenimento e ha meritato molti studi e riflessioni.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Jean Delumeau, lei è anche autore di due interessanti volumi sul cristianesimo barocco e sulla paura, sul senso del peccato e sul senso di colpa. Lei sostiene che nessuna società al mondo ha mai dato tanta importanza al senso di colpa e alla vergogna quanto la società europea tra il Quattrocento e il Settecento, e che il Cristianesimo del Concilio di Trento si è nutrito di questo senso di colpa e di queste paure. E' stato un po' come se, a partire dal Rinascimento, l'immaginazione degli europei si fosse riempita di sogni mostruosi, di incubi, di paure che deformavano la realtà fino a farla diventare qualcosa di orripilante, insomma, una specie di attrazione e repulsione per il Mostruoso... Può andare come immagine, prof. Delumeau? Le sembra vicina alla realtà delle cose?
Jean Delumeau: Certamente il Rinascimento (e ancora di più il Seicento; ma occupiamoci del Rinascimento) ha avuto la sensazione di una proliferazione dei mostri. Questa sensazione la possiamo cogliere non solo sui "fogli volanti"dell'epoca (che sono un po' i nonni dei nostri giornali), ma nel moltiplicarsi di libri e libretti su questo tema dei mostri nella Germania della fine del Cinquecento e deglï inizi del Seicento. Ed è interessante notare che questa ossessione del mostruoso era condivisa anche dalle "élites" (un esempio è lo scrittore Pierre de Ronsard. Come spiegare tutto questo? Ebbene, io credo che possiamo collegarci con quanto dicevo prima: i confessori e i direttori di coscienzä hanno cercato di spiegare questa proliferazione del mostruoso (o quello che a loro appariva come tale) con la presenza e l'eccesso del peccato. Per loro l'umanità cristiana non era mai stata tanto peccatrice come in quel periodo che va dal Quattrocento al Seicento. Ed era quindi naturale che Dio mostrasse la sua collera riempiendo il mondo di mostri, i quali erano a loro volta l'annuncio di mali maggiori. Questo è per esempio, il ragionamento di Ronsard. Del resto, questa proliferazione del mostruoso era anche alimentata dal fatto che, per la gente di allora, le eclissi e le comete sono cose mostruose. Quindi era molto facile ritrovare nel mondo una dimensione mostruosa una volta accettate queste premesse.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Quindi possiamo dire che, sulla base di difficoltà reali come la peste, le malattie e le carestie, l'immaginazione della gente e degli uomini di Chiesa lavora a ingrandire le dimensioni della paura?
Jean Delumeau: Effettivamente. Se noi teniamo conto di quel che era realmente la medicina dell'epocá, non si poteva fare quasi niente contro la peste e contro la maggior parte delle malattie. Lo stesso discorso si può fare per le calamità naturali come le tempeste... L'uomo di allora era infinitamente meno armato di noi di fronte alla natura. Quindi il linguaggio religioso che la gente poteva capire era questo: In fondo, le malattie, la peste, le carestie, le tempeste, i saccheggi) l'influsso degli astri sono meno maligni e meno importanti che il pericolo dell'inferno. La sola cosa contro cui bisogna lottare è la perdita dell'anima, la dannazione. Ora, contro questo male supremo noi possiamo fare qualco¬sa: il cristiano e la Chiesa possono fare qualcosa. In sostanza, quindi, tutto questo discorso religioso consisteva nel trasferire le paure della gente su un'altra paura fondamentale, che era quella della dannazione eterna. Contro questa paura non si era impotenti: bastava sposare la "buona volontà" e appoggiarsi al¬le preghiere della Chiesa.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Allora, secondo Lei, sono gli uomini di Chiesa che attizzano le paure spontanee della gente, per poterle "sfruttare" ai fini del cloro discorso religioso? Cioè Lei condividerebbe una diffusa tesi anticlericale?
Jean Delumeau: Non credo che le cose stiano esattamente così. Penso che una paura collettiva è qualcosa che scoppia improvvisamente... Noi aspetti, devo correggere questa formulazione..., nel senso che bisognerebbe precisare il ruolo dei "mestatori" (il che non è facile)... Questo ruolo dei mestatori lo ritroviamo nelle "rivolte" provocate dalle carestie o dall'aumento delle imposte... In questi casi ci sono quasi sempre i cosiddetti "tenori" della scena, che richiamano le folle, che fanno scattare le loro reazioni... Sono quasi sempre degli artigiani, in particolare l'oste e il macellaio... E credo che lo stesso valga per le situazioni di emergenza come la peste... C'è sempre qualcuno che avvia la catena dei bisbigli e delle notizie incontrollate e dice che c'è la peste in città... Da quel momento in poi, quello che prima era solo l"inquietudine", diventa "pericolo reale"... Invece il passaggio dalle paure spontanee alle "paure teologiche" avviene attraverso quelli che sono i "mass media" di allora, cioè i predicatori e la predicazione. Bisognerebbe studiare di più la predicazione e il suo ruolo nelle società del Cinquecento Seicento e Settecento, perché la sua importanza è stata, fino a poco tempo fa, sottovalutata. Ora, è certo che i predicatori, contrariamente a quanto si ha tendenza a pensare, erano essi stessi in preda alla paura del giudizio divino e dell'inferno. Non bisogna credere che il terrore che diffondevano con le prediche fosse una semplice "tattica retorica"; era qualcosa di profondamente vissuto, che, proprio per questo, faceva precipitare la gente che li ascoltava in uno stato di eccitazione incredibile.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Tutto quel che Lei dice, Prof. Delumeau, ridimensiona un poi l'idea generale e diffusa che il Cinquecento e il Seicento sono stati periodi in cui si è affermata la coscienza critica, lo spirito scien¬tifico che ha fatto nascere la società moderna. Credo che le sue inda¬gini sulla paura ci obblighino a rivedere un po' le convinzioni tradizionali...
Jean Delumeau: Direi anche di più: ci si accorge che gli uomini del Rinascimento erano di una credulità immensa. Pensi che, sulla base di alcuni pamphlet dell'epoca, che erano probabilmente opera di alcune menti malate, quella gente credeva a cose assolutamente aberranti: bambini che nascevano senza testa, vitelli con sei zampe. C'è persino la notizia (creduta da molti) di una donna che aveva avuto 263 bambini. Queste invenzioni venivano facilmente raccolte dagli scrittori del tempo e si ritrovano nelle loro opere... La cosa ci sorprende un po', ma ci aiuta a capire che l'epoca del Rinascimento non è ancora un'età della Scienza...
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Tuttavia resta il fatto che le grandi scoperte geografiche hanno in qualche modo ucciso quella letteratura medievale che raccontava di paesi dove la gente aveva un piede sole e camminava saltellando; oppure aveva il naso sul petto e si nutriva di odori e altre cose del genere... In fondo, viaggiando, gli europei si sono accorti che il mondo era meno mostruoso di quanto credessero... E, se possiamo fare un'osservazione impertinente, diremmo che è un vero peccato che questa letteratura sia morta, perché ci pare molto divertente e piena di fantasia...
Jean Delumeau: Certamente prima delle grandi scoperte geografiche, si parlava dei paesi lontani in termini mostruosi. Poi, dal momento in cui cominciano i grandi viaggi e si scopre l’estremo Oriente e l’America, ecco che i paesi esotici cessano di essere i luoghi dei mostri. Ma direi che ciò accade proprio perché il mostruoso torna a rifugiarsi in Europa. E’ li che lo ritroviamo: in Francia, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna. Ed è li che il mostruoso abita, proprio perché è lì che si concentra il peccato.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Come spiega Lei il fatto che, pur essendo il mostruoso conseguenza del peccato, le corti fossero piene di nani, buffoni e persone mostruose? Basta guardare i ritratti di Velazquez...
Jean Delumeau: Quando capita un caso mostruoso, per esempio un bambino anormale, questo vuol dire che i genitori sono in colpa. Questo legame tra pec¬cato e punizione del peccato già in questo mondo, è una dottrina as¬sai antica. La ritroviamo già presso gli Ebrei dell’Antico Testamento. Poi è stata ripresa dalle Chiese, nonostante il fatto che fosse contraria all'insegnamento di Gesù. Infatti Gesù è stato interpellato altre volte su questo problema. I suoi discepoli gli hanno chiesto, vedendo dei malati e dei ciechi: Sono puniti per i loro peccati o per quelli dei loro genitori? E Gesù risponde: né l'uno né l'altro. Ma queste tesi assai moderne di Gesù sono state dimenticate per molto tempo dalla comunità cristiana.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Prof. Delumeau, nella prima parte di questa conversazione Lei ci aveva detto che il successo del cristianesimo tridentino sta nella "cristianizzazione delle campagne". E Lei sottolineava questa parola di "cristianizzazione" e mi rimproverava il mio termine di "re cristianizzazione", perché, secondo Lei, le campagne europee sono rimaste pagane fino alla fine del Cinquecento. Allora, come si spiega questo successo del cristianesimo del Concilio di Trento (e della Riforma protestante anche, perché anche i protestanti puntano alla cristianizzazione delle campagne)? Qual’è la differenza rispetto ai metodi del cristianesimo medievale?
Jean Delumeau: Per quel che riguarda la vita religiosa quotidiana nel Medioevo, sappiamo assai poco. Quindi non è facile confrontare il "prima" e il "dopo". Ad ogni modo quel che risulta da una serie di studi convergenti è il successo progressivo degli uomini delle due Riforme (quella cattolica e quella protestante) nel conquistare il mondo rurale (l'ho già detto la settimana scorsa). Ci si accorge insomma che c’è 'stata un’acculturazione, parzialmente riuscita (non dico pienamente riuscita, sarebbe impensabile). Prendiamo, per esempio, il mondo cattolico: ebbene, la festa barocca, il ritmo religioso (la confessione) la comunione frequente, il moltiplicarsi di confraternite come quelle del Rosario o del Santissimo Sacramento), la regolarità delle missioni nelle campagne, tutto. questo ha modificato in una certa misura il "clima religioso". E se a questo si aggiunge l'influenza del catechismo insegnato regolarmente ai bambini, alla fine del Seicento, inizio del Settecento si ha a che fare con una popolazione rurale che conosce molto meglio quelle che sono le esigenze liturgiche, dottrinali e morali del Cristianesimo di quanto non le conoscessero i contadini di tre o quattro secoli prima. Mi sembra quindi che c’è stata un'acculturazione della gente delle campagne grazie al cristianesimo barocco, e che questa acculturazione è parzialmente riuscita...
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Questo quadro che Lei ci dipinge per tutta l'Europa, è ugualmente vero dappertutto? Non è che la paura degli eretici in Spagna sia stata molto più forte che non altrove... che il successo del cristianesimo barocco sia stato maggiore nell'Italia del Nord che non nell'Italia meridionale... Forse anche questo dominio della paura non è stato uguale dappertutto...
Jean Delumeau: Le dirò, in termini generali, che c'e certamente una "geografia della paura". Ho cercato anche di disegnare questa geografia verso la fine del Cinquecento e agli inizi del Seicento. Ci sono due paesi che, mi sembra, hanno avuto meno paura degli altri: l'Italia e la Polonia. Sono infatti i due paesi che, in quell'epoca, hanno meno perseguitato le streghe, i due paesi che sono stati meno antisemiti e che sono stati i più tolle¬ranti nei confronti dell'eresia (quest'ultima affermazione vale soprat¬tutto per la Polonia). La Polonia, ancora nel Seicento, appare un paese incredibile (le sue disgrazie cominciano nel Settecento). Per quanto riguarda l'Italia, essa resta il paese meno antisemita dell’Europa (nonostante i "ghetti"), il paese dove la "paura degli ebrei" è quasi sconosciuta. Credo quindi che questi due paesi siano due eccezioni particolarmente interessanti nell'Europa del Seicento, e provano che può essere assai utile studiare una "geografia della paura".
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: E a cosa attribuisce Lei queste differenze di comportamento?
Jean Delumeau: E' una cosa difficile da spiegare... E' già qualcosa il poter stabilire queste differenze geografiche ....Ma, per quel che riguarda l'Italia, non c’è dubbio che era un paese dove si era più liberi che altrove. Era un paese con un alto tasso di urbanizzazione, il paese più ricco, il paese più colto, il paese dove c'era più libertà di spirito. E questo persino all'epoca della Riforma Cattolica (o Controriforma): in Italia sono stati bruciati pochi eretici, non sono stati espulsi ebrei (nemmeno negli Stati Pontifici), e le relazioni con i "ghetti" sono continuate all'insegna della normalità. Per quanto riguarda la Polonia, invece, bisogna pensare che era uno dei paesi più "marginali" d'Europa. E forse per questa ragione, insieme al fatto che la nobiltà polacca manifestava grande interesse per le idee eretiche, sono state tollerate opinioni e cerchie che non erano ammesse altrove... Si è trattato di un caso molto particolare... Non bisogna pensare alla Polonia del Cinquecento e del Seicento sulla base della Polonia di oggi così solidale e unita in un cattolicesimo militante. Non c'e nulla di tutto questo nella Polonia del Rinascimento, che era un paese dove, presso le classi alte, imperava massicciamente l'influenza italiana.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei ha accennato adesso a una "paura" molto particolare che era la paura degli ebrei. Si sa molto bene, del resto, che la Spagna e il Portogallo del Seicento hanno espulso gli ebrei (persino gli e¬brei convertiti, in qualche caso). Quindi noi avremmo i due atteggia¬menti estremi: un’Italia molto tollerante da una parte, e una Spagna decisamente intollerante. E il resto d'Europa? Può dirci qualcosa su questo, sulla paura diffusa nei confronti degli ebrei, e sull'atteggiamento di paesi come la Germania o la Francia?
Jean Delumeau: Gli ebrei sono stati espulsi dalla Francia, con la sola eccezione di coloro che abitavano in luoghi di cultura francese che non facevano parte del regno di Francia,come la zona di Avignone, che dipendeva da: Papato. Tuttavia, in termini più generali, bisogna distinguere due atteggiamenti diversi nei confronti degli ebrei: nell'alto Medioevo c’è già una paura dell'ebreo (sebbene molto limitata), che si esprime attraverso moti locali e "pogrom" e che proviene dagli ambienti degli artigiani. Poi abbiamo invece il linguaggio teologico sull'ebreo. Secondo questo linguaggio, gli ebrei appartengono a un popolo "deicida". Ora, questo linguaggio teologico anti ebraico si accentua a partire dall'epoca delle crociate (tengo a precisare che dico queste cose come storico cristiano... Perché negarle, del resto? Le ha ricordate poco tempo fa anche Monsignor Etchegaray)... Insomma, sulla base di questo linguaggio teologico, non si aggrediscono più soltanto gli artigiani ebrei, ma nel Seicento si precisa un attacco all'ebreo in quanto tale, in quanto appartenente a un popolo "deicida". E' così che si spiegano le persecuzioni e le espulsioni degli ebrei. Verso la metà dei Cinquecento questo antisemitismo riesce a impadronirsi del potere persino a Roma. Fino ad allora i Papi avevano protetto gli ebrei, ma Paolo IV e Pio V sono i primi due papi antisemiti. Quasi contemporaneamente, nel 1543 mi pare, Lutero si scatena contro gli ebrei in Germania, con due scritti immondi che poi Hitler farà ristampare in un milione di esemplari. Quindi c'è una curiosa coincidenza tra ciò che accade a Roma e ciò che accade in Germania nel mondo protestante.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Senta, prof. Delumeau, Lei ha sostenuto una tesi curiosa a proposito delle conseguenze che ha avuto il cristianesimo barocco. E cioè che, combattendo la religiosità popolare impastata di superstizioni, il cristianesimo del Concilio di Trento abbia finito per porre le premesse per la laicizzazione della società e per la sua decristianizzazione. Un paradosso quindi: il Concilio di Trento voleva una religiosità più spirituale ed ha ottenuto invece una società laicizzata e decristianizzata... E' proprio cosi?
Jean Delumeau: Non credo che si debba identificare "laicizzazione" e "decristianizzazione". Direi che e il contrario: la cristianizzazione ha invaso il mondo dei laici, e nel Cinquecento ci sono dei laici talmente interessati ai problemi religiosi, da farsi carico della vita reli¬giosa dei loro contemporanei. E' il caso di Calvino, per esempio. Op¬pure quello del re inglese Enrico VIII, che scrive un trattato sui sacramenti contro Lutero, e si merita l'elogio del Papa... Quindi vi è una certa differenza tra "laicizzazione" e "decristianizzazione". Ma d'altra parte (e qui rispondo alla vostra domanda), noi oggi ci accorgiamo, man mano che progrediscono gli studi sulla vita religiosa, che in questi ultimi tre secoli di cristianesimo dal Seicento a oggi accade qualcosa che possiamo riassumere con una formula che non ho inventato io e che è questa: le città sono state cristianizzate e decristianizzate prima delle campagne, in un movimento di lunga durata.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei ha studiato per anni un certo tipo di cristianesimo (quello del Concilio di Trento) e ne ha colto alcune componenti psicologiche collettive: il senso di colpa e la paura, in sostanza. E allora vorremmo chiederle: qual'è la sua conclusione? Dobbiamo desiderare una religiosità e una società senza paura, oppure siamo condannati a convivere per sempre con la paura?
Jean Delumeau: Uno studio sulla paura conduce a questa conclusione: la paura è con¬naturata all'uomo, è qualcosa di esistenziale, qualcosa che non sparirà mai, perché la paura è fondamentalmente "paura della morte" e la morte non può scomparire. Inoltre la paura, in quanto presa di coscienza di fronte al pericolo, è un sentimento salutare, è una diagnosi lucida che consente di evitare una situazione pericolosa. E questa può essere una prima conclusione. La seconda conclusione invece (che può sembrare in contraddizione con quanto ho detto) è che l'individuo, le collettività e le culture debbono battersi continuamente contro paure che possono assumere forme e visi diversi e che minacciano di sommergerli completamente. Entrambe queste conclusioni sono contemporaneamente vere: "la paura ci sarà sempre" e "occorre combattere la paura". La storia ci dice che ci sono delle epoche di "riduzione" della paura e delle epoche di "crescita" della paura: è quel che ho cercato di mostrare attraverso i miei libri.
Un’intervista a cura di Serge Cosseron e Bruno Somalvico realizzata per i programmi culturali della Radio Svizzera nel 1981
Il tema della nostra conversazione può essere riassunto molto bene dal brano musicale il Dialogo tra Cristo e i peccatori, composto attorno al 1684 da Marc Antoine Charpentier. Infatti, la figura del "peccatore” è una figura fondamentale nello stile di un cristianesimo “tridentino" che va dalla metà del Cinquecento (ossia dal Concilio di Trento, appunto), fino a ieri, fino ai nostri anni Sessanta, quando un altro Concilio (il Vaticano II) inizia effettivamente un nuovo "stile" di vita cristiana. Non che oggi non si parli più del peccato, ma è certo che l'ossessione della colpa lascia il posto a un atteggiamento più fiducioso e più libero di fronte al divino. E chi è nato nella prima metà del Novecento può forse ricordare questo passaggio da un cristianesimo ancora in buona parte debitore della tradizione della pietà barocca, ad un cristianesimo più ecumenico e più aperto ai bisogni dell'uomo. Quello di ieri era certo un cristianesimo severo, nonostante il fascino delle Chiese barocche e delle feste liturgiche. Ciò per secoli è stato la sola via alla dimensione dello Spirito por i nostri popoli contadini che non avevano la vita facile. E forse un certo "ascetismo" dei nostri avi si nutriva anche di questa educazione cristiana piena di sensi di colpa e di pessimismo. A tal punto che molti oggi si chiedono se quel cristianesimo non si fondasse sulle paure ancestrali della povera gente. E non è soltanto l’uomo della strada a crederlo. Se lo è chiesto Jean Delumeau uno di maggiori storici del Cristianesimo, autore di molti libri di storia religiosa, che abbiamo incontrato a Parigi nel suo studio al Collège de France. Ebbene, uno dei punti più originali degli studi di Jean Delumeau e riassunto proprio nella domanda che dà il titolo alla nostra trasmissione: Il Cristianesimo è fatto di paura? Delumeau ha scritto due grosse opere proprio su questo tema: una uscita nell'ottobre 1984 Il peccato e la paura l'altra invece risale al 1978 La paura in Occidente, IV XIII secolo. Ci paiono estremamente interessanti anche per l’uomo di oggi. C’è infatti un'esperienza religiosa classica, che è stata descritta in molti romanzi e in molti diari autentici, di giovani che hanno finito per rifiutare la loro educazione religiosa e che hanno un ricordo penoso, proprio perché questa. Educazione religiosa comportava grossi sensi di colpa e paura di condanne eterne e cose simili. E' curioso che Lei, come storico, si sia messo a studiare questo tema della paura che ha risvolti psicologici profondi e molto personali, quindi sembra sfuggire alle scienze sociali come la storia.
Jean Delumeau: Debbo dirle che, sin dagli inizi, mi sono messo a studiare i fatti religiosi, privilegiando due campi d'indagine: innanzitutto l'esperienza religiosa quotidiana, il che significa che non mi sono occupato dei grandi personaggi della Chiesa, o delle dottrine ufficiali, o delle istituzioni più rappresentative, ma piuttosto della vita religiosa di tutti i giorni vissuta dalla massa dei cristiani. L'altro campo di indagine che mi ha interessato (lo ha già detto Lei) è stato il sentimento della paura... Ma questo tema della paura è strettamente collegato a quello del Cristianesimo e a quello della vita della Chiesa. Infatti il mio primo libro sull'argomento si intitolava La paura in Occidente: una città assediata. Ebbene, la "città assediata" è la Chiesa dei secoli XV, XVI ed oltre, fino al Settecento inoltrato. Del resto, la Chiesa stessa ha avuto, in quei tempi, l'impressione di vivere in un'atmosfera d'assedio. Quindi in sostanza posso rispondere alla sua domanda in questo modo: i due temi che ho affrontato sono complementari e si implicano vicendevolmente: un’indagine sull'esperienza religiosa quotidiana ¬presuppone di sapere qual è il ruolo della paura all'interno di questa quotidiana vita religiosa.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: La domanda spontanea sarebbe, a questo punto, quella di sapere se nel cristianesimo uscito dal Concilio di Trento" la religiosità è dominata dalla paura, e, in caso affermativo, ci si potrebbe chiedere cosa vale una religiosità che si riduce semplicemente a "paura" . Ma prima di arrivare a questo punto, vorrei che ci precisasse alcune cose. Per esempio, come si fa a fare un'indagine storica sulla paura. Mettiamo la questione in termini più precisi: in sostanza, prendendo come oggetto di ricerca la paura (quindi non una idea, non una tecnica, non un gruppo so¬ciale, ma un sentimento vago e spesso inconscio), Lei, prof. Delumeau, apre un capitolo nuovo della storia delle mentalità. Cioè Lei ci propone una storia degli atteggiamenti psicologici che si nascondono dietro le azioni (in questo caso dietro la pratica religiosa, che è fatta d’azioni concrete). Il problema è che le azioni sono documentabili facilmente, mentre gli atteggiamenti psicologici inconsci lo sono molto meno. E poi c’è anche il fatto che Lei non ci propone un'indagine su una élite ristretta, ma una ricerca quantitativa sul cristianesimo e sulla paura delle masse... Questo pone certamente dei problemi…
Jean Delumeau: E' evidente che queste ricerche quantitative sono indispensabili. Per esempio, quando si vuole misurare l'importanza di un autore o di un libro nella formazione mentale o religiosa della gente, la frequenza delle edizioni diventa molto significativa. Prendiamo, sempre come esempio, alcune opere del secolo XV: i manuali di casistica di Sant’Antonino di Firenze, dove la morale cristiana è illustrata e applicata ai casi più impensabili. Ebbene, queste opere (per dirne una, il Manuale di Confessione) hanno avuto un numero incredibile di edizioni per tutto il Quattrocento e il Cinquecento. Questo prova che queste opere rispondevano a un bisogno particolare estremamente sentito, trattavano cioè dei "casi di coscienza", del ruolo della confessione, degli scrupoli morali. Ecco quindi un dato quantitativo che può chiarire alcuni aspetti della mentalità religiosa del periodo.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Quindi in questo caso noi avremmo la documentazione che, per il cristiano del secolo XV e XVI, il bisogno della confessione è la spia di un'inquietudine morale che arriva fino allo scrupolo e all'angoscia... Un angoscia che è parente stretta della paura...Ma proprio questo bell'esempio, mi pare, ponga il problema di intendersi sui termini. Di che "paura" parliamo? E’ sempre difficile definire i sentimenti, che spesso sono vaghi e non sono appunto concetti. Ma non c'è dubbio che c'è una certa differenza tra la paura come sentimento spontaneo, immediato, come reazione incontrollata, e la paura che diventa sistema di vita, sistema di educazione, o sistema di controllo politico...
Jean Delumeau: Io ho fatto una distinzione tra paure spontanee e, appunto, paure "riflesse", senza per questo stabilire un'opposizione... Se Lei attraversa una strada e, in quel momento, arriva una macchina, Lei è naturalmente preso dalla paura. Ecco una paura spontanea... Così le paure che prendevano un tempo la gente davanti ai temporali o davanti alle epidemie di peste erano certamente paure spontanee. Il secondo livello è invece quello della paura "riflessa", cioè una specie di ripiegarsi della paura su se stessa, dovuto alla crescita alla diffusione della paura stessa. Ma vediamo come si passa dal primo al secondo livello. C'è una data molto significativa in Europa, che è il 1348, l'anno della famosa peste nera. A partire da quel momento sembra quasi che una valanga di mali si abbatta sull’Europa Occidentale. E allora la Chiesa ha riutilizzato, di fronte a tutte queste calamità, una spiegazione molto antica, e cioè che Dio punisce le comunità peccatrici oltre che i singoli peccatori. Quindi tutte le difficoltà di quell’epoca sono attribuite a1 fatto che il mondo cristiano è impastato di peccato. Quali peccati? Beh, la Chiesa comincia a segnalare una serie di fatti non necessariamente veri: il diffondersi della bestemmia, l'aumento del numero delle streghe ed altri fatti similari. Si costruisce così :una "paura riflessa" che porta a sottolineare l'immagine della morte, del giudizio divino e di quello universale, del potere di Satana, dell'Inferno e via dicendo. ¬Coloro che sono più sensibili a questa "paura riflessa" sono proprio i predicatori, sono coloro che, attraverso il ministero pastorale, le diffondono. C'è insomma una "catena" di paure: le paure spontanee generano quelle riflesse, e quelle riflesse, attraverso coloro che ne sono convinti, si diffondono creso il grande pubblico.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei sa, prof. Delumeau, che nella letteratura italiana esistono pagine memorabili sulla paura diffusa della peste e sulle rivolte emozionali provocate dalla paura della carestia. Sono le pagine del Manzoni, il quale, tra l'altro, da buon romantico moderato, tende a vedere queste rivolte popolari nella Milano del Seicento, non come espressioni della coscienza popolare, ma come semplice frutto di emozioni come la paura, appunto. Prese dalla paura immediata della fame, le masse popolari, secondo il Manzoni, reagiscono d'istinto e non con la ragione… Non riescono ad esempio ad identificare la responsabilità del potere…
Jean Delumeau: Bisogna dire che, nei tempi passati, tra le paure "spontanee" c'era anche, in certi periodi di carestia, la paura di morire di fame in senso letterale. A questo bisogna aggiungere un’altra paura assai diffusa: la paura di tasse insopportabili. Alcuni autori francesi hanno mostrato che questa paura è stata persino più forte della paura di morire di fame o comunque che queste due paure formavano un tutto unico, perché un eccesso d'imposte (cosa non eccezionale nella Francia del Seicento) voleva dire, per molta gente, precipitare al di sotto della soglia tollerabile di povertà, e cioè morire di fame. Siamo sempre nel campo delle paure "spontanee", perché, in questi casi, non è il potere che fa paura, ma la fatalità quotidiana. Vede, in quei tempi, le rivolte o le "rivoluzioni" organizzate a tavolino erano assai rare, quasi inesistenti. Quasi tutti i movimenti sediziosi di cui abbiamo notizia, sono movimenti spontanei. E in questi movimenti spontanei, il coefficiente della paura (ho cercato di mostrarlo nel mio libro) entra in proporzione considerevole, mentre oggi - penso, per esempio, al terrorismo organizzato o alle rivoluzioni pianificate - la componente "paura" c'entra molto meno.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Insomma, Lei direbbe che la classi popolari dell’Europa preindustriale vivono più di "emozioni" e di "cuore", che non di ragione e di razionalità. . .
Jean Delumeau: Effettivamente, in un certo gruppo, un pesante aumento delle imposte, oppure un delinearsi della carestia, genera appunto "un'emozione" (come si diceva una volta, e guardi che questo termine di "emozione" sottolinea proprio il carattere spontaneo)... Si tratta di una paura non "riflessa", di una paura che non è stata oggetto di una elaborazione intellettuale (contrariamente alle "paure teologiche" di cui abbiamo appena parlato). Ma, per rispondere alla sua domanda, bisogna distinguere tra quella che è una paura istintiva, immediata e incontrollata, e uno stato di quasi permanente inquietudine... Per esempio, davanti a un temporale, c'è una sensazione di paura che appare improvvisamente e che cessa quando il temporale è passato. Invece c'è uno stato di latente inquietudine che si spiega con la precarietà delle condizioni economiche del tempo e del gruppo sociale al quale si appartiene. Questa precarietà permanente è quella che provoca, nei momenti di crisi, l'esplosione della paura. Quindi queste esplosioni di paura nascono proprio sullo sfondo di questa situazione precaria quasi permanente.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Quindi le ricorrenti "emozioni" delle classi popolari si spiegano anche con la coscienza che esse hanno di vivere quasi sempre in una situazione di pericolo, cosa che del resto era, tra il Quattrocento e il Settecento, perfettamente vera dal punto di vista economico. E' forse per questo che, per secoli, i contadini sono stati sempre diffidenti nei confronti di ogni novità?
Jean Delumeau: Non è solo la mentalità contadina che ha paura delle "novità". Si paura della novità a tutti i livelli. E io ho appunto cercato di far vedere (nel mio libro) che tutta la polemica tra cattolici e protestanti nel Cinquecento e agli inizi del Seicento, si regge sul fatto che ognuna delle parti accusa l'altra di essere "innovatrice". I cattolici dicono ai protestanti: “Voi state cambiando la nostra religione” e i protestanti rispondono: “Siete voi che avete cambiato il cristianesimo primitivo”, aggiungendo alla parola di Dio le vostre strutture istituzionali e i vostri culti idolatrici. Quindi anche ai più alti livelli culturali, si ha paura della novità. Non per niente si è condannato Galileo. La visione astronomica di Galileo appariva talmente nuova e rivoluzionaria, da sembrare inaccettabile persino a persone di grande cultura e di grande tolleranza, come era, per esempio, papa Urbano VIII e, in generale, la famiglia Barberini che governava allora lo Stato Pontificio e la Chiesa Cattolica.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Senta, prof. Delumeau, i suoi studi ci presentano sempre questo cristianesimo tridentino attanagliato dalla paura, dall’angoscia e dal senso di colpa. A questo punto diventa obbligatorio chiedersi che senso ha una religiosità di questo tipo? Che senso ha una religiosità che incatena l'uomo alla paura invece di dargli la libertà dello spirito? Ci rendiamo conto che lo storico non ha tanto il compito di giudicare il passato, quanto di farlo capire; però è anche vero che storici non abitano un satellite che gira al di sopra dell’universo e non sono dei semplici osservatori di una realtà che non li riguardi. Se, per esempio, il Cristianesimo che esce dal Concilio di Trento, è un cristianesimo non autentico, un cristianesimo da galera, ci pare che la faccenda ci riguarda, anche perché il Cristianesimo di Trento è quello in cui sono cresciute le generazioni sino al Concilio Vaticano secondo.
Jean Delumeau: Credo che la realtà sia bivalente in questo caso, e che tutte dipenda dal livello culturale in cui ci si pone. Mi spiego. Una delle caratteristiche fondamentali della nostra civiltà preindustriale è stata la presentazione che essa ha fatto del peccato originale. Oggi questa immagine è un po' alla volta, abbandonata (anche se questo non significa che non si creda più al peccato originale). Ma, nella tradizione, l’insistenza sul peccato originale significava che c’era stata, in un tempo mitico, un’età dell'oro" dell'oro. Il mondo era quindi caduto¬ e decaduto, e le cose non potevano andare se non di male in peggio fino al ritorno del Signore. Quindi la sola cosa che contava era "la vita eterna", che non si poteva raggiungere se non dichiarandosi "peccatori" (e quindi "colpevoli"), e implorando l'aiuto divino. Certo, questo continuo "colpevolizzarsi" dava un grande potere ai confessori, e al clero. Ma non bisogna credere che il senso di colpa fosse soltanto qualcosa che era funzionale al potere clericale. Era, ed è qualcosa di assai più importante. Non a caso Freud e Jung sono d'accordo nel sottolineare l'importanza del "peccato" nello studio di qualunque società. Freud presenta il senso di colpa come il problema fondamentale della civiltà., e Jung dice che non c'è nulla di più adatto a risvegliare le coscienze che un disaccordo con se stessi. Ora, io credo fermamente che nessuna società al mondo ha mai dato tanta importanza al senso di colpa e alla vergogna quanto la società europea occidentale tra il Quattrocento e il Settecento. Ma questo non è un fatto soltanto negativo: grazie a questa "colpevolizzazione intensiva" l'uomo occidentale è stato indotto a conoscersi profondamente e a precisare la sua identità. Lei ha mai pensato alla strana coincidenza che nella nostra pittura, l'arte del ritratto si è sviluppata assieme a questa "cattiva coscienza" dell'uomo occidentale?... C'è sicuramente un legame tra senso di colpa, inquietudine e creatività. Noi uomini del XX secolo non possiamo essere che cattivi giudici. La nostra epoca continua a ripetere che vuole farla finita col senso di colpa, senza rendersi conto che mai come oggi questo desiderio si è tradotto nella colpevolizzazione degli altri: destra, sinistra, reazionari, progressisti, sono, di volta in volta, i "colpevoli" del mondo e, negli stati totalitari, è legittimata la loro tortura e la loro uccisione. In materia di paura si pub dire che noi abbiamo superato i nostri antenati. E' vero che, nel Seicento, c'era una diffusa ":xenofobia" che rendeva la gente diffidente anche nei riguardi di coloro che abitavano il villaggio vicino. Ma le classi :dominanti viaggiavano molto e i contatti tra culture diverse erano numerosi. L'arte, per esempio, era un’arte internazionale. Quindi coesistevano due realtà contrastanti: una vivace circolazione di idee, di uomini, di gusti estetici da una parte, e dall'altra, nei ceti inferiori, la sopravvivenza di una solida xenofobia che non scomparirà tanto facilmente.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Qui, mi pare, ritroviamo ancora questa diversità di cultura tra "élite" e mondo contadino. Certo, qui la cosa è spiegabile facilmente proprio sul piano sociale ed economico: viaggiare e conoscere il mondo oltre il proprio villaggio, guardare al di là del proprio orticello, richiedeva un alto reddito. Ma se prendiamo altri elementi comuni a tutte le classi sociali, ad esempio le epidemie, la morte, le calamità naturali (cioè tutte cose che non fanno distinzioni di classe e di ceto), possiamo parlare di paure comuni a tutte le classi sociali? Oppure le reazioni erano differenti?
Jean Delumeau: Oggi ci si accorge sempre di più, studiando questo tema della morte - che è veramente un tema internazionale per la storia delle mentalità- , ci si accorge sempre di più, dicevo, che ciò che conta non è solo la morte, ma il modo di morire. E proprio la peste era un modo non abituale di morire che aveva caratteristiche terrorizzanti e inquietanti, perché si moriva all'interno di un mondo disorganizzato. Non si aveva, insomma, il tradizionale sostegno sociale che accompagnava la morte. E sebbene la società preindustriale fosse una società molto abituata alla presenza della morte (la dinamica demografica è una prova sicura), la gente non si abituò mai alla morte come conseguenza della peste, proprio perché era un modo particolarmente orribile di morire. Così, quando si manifestava un'epidemia in una città, e le autorità non erano più in grado di nascondere l’esistenza della peste, la gente pensava soltanto a fuggire, a piedi, in carrozza, con carretti trainati a mano, con le cose di casa oppure da soli… Era comunque l'affollamento alle porte della città in mezzo al caos più indescrivibile...
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei ci ha detto prima che queste ricorrenti "paure spontanee” hanno generato un cristianesimo fatto di paure riflesse, dove predomina la colpa, il peccato, la meditazione sulla morte ecc... Mai lei non pensa che anche con questa ossessione del macabro, l'Europa del Seicento e del Settecento sia stata "re-cristianizzata" e che, in qualche modo, queste paure riflesse abbiano dato unità e forza alla cultura europea?
Jean Delumeau: Lei ha impiegato la parola “re-cristianizzazione", che, per me, è un termine discutibile. Perché dal mio punto di vista (e tutti i miei libri lo ribadiscono), si è trattato non tanto di “re-cristianizzazione" quanto di "cristianizzazione" vera e propria. E’ per questo che in un capitolo del mio libro Il Cattolicesimo fra Lutero e Voltaire ho messo in dubbio questa leggenda che ci sia un Medio-Evo cristiano. Io credo sinceramente che, alla fine del Medio-Evo l’Europa era assai meno cristiana di quanto si è detto. Naturalmente mi rendo conto del carattere dirompente di quest'affermazione, e mi piacerebbe che si facessero delle serie ricerche per confermare o infirmare questa mia affermazione. Quindi diciamo che, al momento attuale, la mia è un'ipotesi, ma un’ipotesi assai feconda di lavoro. La mia sensazione è che il mondo contadino, che era allora il 90% della popolazione europea, nel momento in cui avviene la Riforma protestante e la Controriforma cattolica, è ancora poco cristianizzato. E infatti, entrambi questi movimenti di riforma (sia quello che fa capo a Lutero, sia quello che fa capo al Concilio di Trento si assomigliano in questo: che entrambi tentano massicciamente ci cristianizzare le campagne, come se il mondo contadino fosse rimasto, fino a quel momento, al di fuori di ogni evangelizzazione. In questo senso ha ragione di supporre che la divisione tra cattolici e protestanti finisce, paradossalmente, per unificare la cultura europea (invece di dividerla maggiormente), proprio perché recupera il mondo rurale. Ed ecco qualche fatto che può indurre a ritenere ragionevole questa tesi. Prendiamo come esempio il caso della stregoneria. Le due riforme hanno combattuto violentemente la stregoneria. E credo che ciò sia avvenuto perché la stregoneria era vista diversamente dai contadini e dagli uomini di Chiesa. I :.contadini avevano certamente paura di queste donne ci cui si diceva che potevano fare del male ma arche che potevano guarire, oppure che potevano far morire il bestiame o scatenare tempeste. Insomma i contadini dei Seicento erano convinti che streghe e stregoni avevano, in quanto persone, dei poteri eccezionali. E’ per questo che di fronte ad un improvviso aumento della mortalità infantile, oppure di fronte a una moria del bestiame, queste persone venivano denunciate ai tribunali locali. Il punto di vista dei giudici (ecclesiastici o laici che fossero) era completamente diverso. Era un punto di vista “teologico", anche quando i giudici erario laici (perché non bisogna, dimenticare ch¬e i giudici laici hanno condannato tante streghe quanto gli ecclesiastici). Per loro le streghe e gli stregoni non avevano nessun potere in quante persone speciali o diverse. Essi avevano i poteri occulti in quanto li ricevevano dal diavolo. Da qui l'importanza che i giudici attribuivano al momento in cui la strega aveva stipulato il patto con il diavolo (vi erano lunghi interrogatori sull'argomento, e i giudici scrupolosi e onesti cercavano di sapere come quando e dove era avvenuto il patto), oppure l'importanza che si attribuiva alla ricerca di un "marchio" satanico sul corpo dell'accusata. Insomma, non c'è dubbio che qui abbiamo due culture differenti: una cultura rurale, che se ne infischia della teologia e una cultura "chiesastica" (cattolica o protestante) che cerca una spiegazione teologica al potere anormale delle streghe e degli stregoni.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Allora il cristianesimo barocco e tridentino segna la fine definitiva della cultura contadina?
Jean Delumeau: Io non dico che queste due culture siano rimaste estranee l'una all'altra. E non penso nemmeno, contrariamente a quel che credono altri storici, che ci sia stata soltanto "repressione" della cultura. contadina da parte della cultura "chiesastica". Nel campo della stregoneria è certamente stato così, ma abbiamo altri campi in cui c'è stata una specie di "circolazione" e di compenetrazione delle due culture. Proprio per questo la cultura degli uomini di Chiesa ha finito per far accettare – e anche molto bene - molti dei suoi elementi al mondo rurale. Quindi non credo a una radicale eterogeneità delle due culture. Ciò non toglie (la Storia è il campo delle sfumature) che per quello che riguarda la stregoneria. c'è stato un vero e proprio scontro frontale.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Qualcuno ha pensato che proprio questo scontro frontale sulla stregoneria è emblematico di una situazione generale di scontro tra due culture: quella contadina da una parte, e quella della Chiesa, dal l'altra. Mi riferisco, per esempio, al libro di Carlo Ginzburg su I Benandanti del Friuli, un antico culto agrario di fertilità. che diventa dietro a pressione degli Inquisitori, un culto demoniaco... Come se la Chiesa dicesse: “non avrai altri culti al di fuori dei miei”...
Jean Delumeau: Era appunto a Carlo Ginzburg che stavo pensando. Apprezzo molto il libro su I Benandanti, che mi capita di citare spesso, ma penso che Ginzburg faccia eccessivamente leva sull'opposizione tra le due culture e non colga abbastanza la loro comunicazione reciproca. Secondo me, quando parliamo del cristianesimo tridentino, noi non ci troviamo davanti a due mondi chiusi ed impermeabili. Ci sono state, tra la cultura popolare e la cultura "colta" (diciamo così), comunicazioni e influenze numerose e continue.
Parliamo ora nella seconda parte della nostra intervista della pietà quotidiana. In questi ultimi venticinque anni (dal Concilio Vaticano II) la vita cristiana ha cambiato stile. La cosa è innegabile e, del resto, proprio ciò che hanno voluto i padri conciliari: un cristianesimo più ecumenico, più fiducioso nelle capacità dell'uomo e meno ossessionato dal senso di colpa. fa chi è nato nella prima metà del Novecento può ricordare una certa educazione cristiana influenzata da un altro concilio importante nella vita della Chiesa, quello di Trento, del 1543. Era un altro stile di vita:.più severo anche più ascetico, gravato spesso da un senso di colpa e dalle paure della dannazione eterna. Ebbene, questo cristiane¬simo tridentino o barocco ha segnato la nostra cultura per quattro se¬coli e ha lasciato tracce profonde. Ci ha dato bellissime Chiese, un catechismo essenziale, un clero meno mondano, ci ha dato anche il senso della ribellione, perché molti adulti e meno adulti hanno rifiutato le paure e i sensi di colpa che comportava. Insomma, in ogni senso, lo stile di vita cristiana del Concilio di Trento è stato un grande avvenimento e ha meritato molti studi e riflessioni.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Jean Delumeau, lei è anche autore di due interessanti volumi sul cristianesimo barocco e sulla paura, sul senso del peccato e sul senso di colpa. Lei sostiene che nessuna società al mondo ha mai dato tanta importanza al senso di colpa e alla vergogna quanto la società europea tra il Quattrocento e il Settecento, e che il Cristianesimo del Concilio di Trento si è nutrito di questo senso di colpa e di queste paure. E' stato un po' come se, a partire dal Rinascimento, l'immaginazione degli europei si fosse riempita di sogni mostruosi, di incubi, di paure che deformavano la realtà fino a farla diventare qualcosa di orripilante, insomma, una specie di attrazione e repulsione per il Mostruoso... Può andare come immagine, prof. Delumeau? Le sembra vicina alla realtà delle cose?
Jean Delumeau: Certamente il Rinascimento (e ancora di più il Seicento; ma occupiamoci del Rinascimento) ha avuto la sensazione di una proliferazione dei mostri. Questa sensazione la possiamo cogliere non solo sui "fogli volanti"dell'epoca (che sono un po' i nonni dei nostri giornali), ma nel moltiplicarsi di libri e libretti su questo tema dei mostri nella Germania della fine del Cinquecento e deglï inizi del Seicento. Ed è interessante notare che questa ossessione del mostruoso era condivisa anche dalle "élites" (un esempio è lo scrittore Pierre de Ronsard. Come spiegare tutto questo? Ebbene, io credo che possiamo collegarci con quanto dicevo prima: i confessori e i direttori di coscienzä hanno cercato di spiegare questa proliferazione del mostruoso (o quello che a loro appariva come tale) con la presenza e l'eccesso del peccato. Per loro l'umanità cristiana non era mai stata tanto peccatrice come in quel periodo che va dal Quattrocento al Seicento. Ed era quindi naturale che Dio mostrasse la sua collera riempiendo il mondo di mostri, i quali erano a loro volta l'annuncio di mali maggiori. Questo è per esempio, il ragionamento di Ronsard. Del resto, questa proliferazione del mostruoso era anche alimentata dal fatto che, per la gente di allora, le eclissi e le comete sono cose mostruose. Quindi era molto facile ritrovare nel mondo una dimensione mostruosa una volta accettate queste premesse.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Quindi possiamo dire che, sulla base di difficoltà reali come la peste, le malattie e le carestie, l'immaginazione della gente e degli uomini di Chiesa lavora a ingrandire le dimensioni della paura?
Jean Delumeau: Effettivamente. Se noi teniamo conto di quel che era realmente la medicina dell'epocá, non si poteva fare quasi niente contro la peste e contro la maggior parte delle malattie. Lo stesso discorso si può fare per le calamità naturali come le tempeste... L'uomo di allora era infinitamente meno armato di noi di fronte alla natura. Quindi il linguaggio religioso che la gente poteva capire era questo: In fondo, le malattie, la peste, le carestie, le tempeste, i saccheggi) l'influsso degli astri sono meno maligni e meno importanti che il pericolo dell'inferno. La sola cosa contro cui bisogna lottare è la perdita dell'anima, la dannazione. Ora, contro questo male supremo noi possiamo fare qualco¬sa: il cristiano e la Chiesa possono fare qualcosa. In sostanza, quindi, tutto questo discorso religioso consisteva nel trasferire le paure della gente su un'altra paura fondamentale, che era quella della dannazione eterna. Contro questa paura non si era impotenti: bastava sposare la "buona volontà" e appoggiarsi al¬le preghiere della Chiesa.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Allora, secondo Lei, sono gli uomini di Chiesa che attizzano le paure spontanee della gente, per poterle "sfruttare" ai fini del cloro discorso religioso? Cioè Lei condividerebbe una diffusa tesi anticlericale?
Jean Delumeau: Non credo che le cose stiano esattamente così. Penso che una paura collettiva è qualcosa che scoppia improvvisamente... Noi aspetti, devo correggere questa formulazione..., nel senso che bisognerebbe precisare il ruolo dei "mestatori" (il che non è facile)... Questo ruolo dei mestatori lo ritroviamo nelle "rivolte" provocate dalle carestie o dall'aumento delle imposte... In questi casi ci sono quasi sempre i cosiddetti "tenori" della scena, che richiamano le folle, che fanno scattare le loro reazioni... Sono quasi sempre degli artigiani, in particolare l'oste e il macellaio... E credo che lo stesso valga per le situazioni di emergenza come la peste... C'è sempre qualcuno che avvia la catena dei bisbigli e delle notizie incontrollate e dice che c'è la peste in città... Da quel momento in poi, quello che prima era solo l"inquietudine", diventa "pericolo reale"... Invece il passaggio dalle paure spontanee alle "paure teologiche" avviene attraverso quelli che sono i "mass media" di allora, cioè i predicatori e la predicazione. Bisognerebbe studiare di più la predicazione e il suo ruolo nelle società del Cinquecento Seicento e Settecento, perché la sua importanza è stata, fino a poco tempo fa, sottovalutata. Ora, è certo che i predicatori, contrariamente a quanto si ha tendenza a pensare, erano essi stessi in preda alla paura del giudizio divino e dell'inferno. Non bisogna credere che il terrore che diffondevano con le prediche fosse una semplice "tattica retorica"; era qualcosa di profondamente vissuto, che, proprio per questo, faceva precipitare la gente che li ascoltava in uno stato di eccitazione incredibile.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Tutto quel che Lei dice, Prof. Delumeau, ridimensiona un poi l'idea generale e diffusa che il Cinquecento e il Seicento sono stati periodi in cui si è affermata la coscienza critica, lo spirito scien¬tifico che ha fatto nascere la società moderna. Credo che le sue inda¬gini sulla paura ci obblighino a rivedere un po' le convinzioni tradizionali...
Jean Delumeau: Direi anche di più: ci si accorge che gli uomini del Rinascimento erano di una credulità immensa. Pensi che, sulla base di alcuni pamphlet dell'epoca, che erano probabilmente opera di alcune menti malate, quella gente credeva a cose assolutamente aberranti: bambini che nascevano senza testa, vitelli con sei zampe. C'è persino la notizia (creduta da molti) di una donna che aveva avuto 263 bambini. Queste invenzioni venivano facilmente raccolte dagli scrittori del tempo e si ritrovano nelle loro opere... La cosa ci sorprende un po', ma ci aiuta a capire che l'epoca del Rinascimento non è ancora un'età della Scienza...
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Tuttavia resta il fatto che le grandi scoperte geografiche hanno in qualche modo ucciso quella letteratura medievale che raccontava di paesi dove la gente aveva un piede sole e camminava saltellando; oppure aveva il naso sul petto e si nutriva di odori e altre cose del genere... In fondo, viaggiando, gli europei si sono accorti che il mondo era meno mostruoso di quanto credessero... E, se possiamo fare un'osservazione impertinente, diremmo che è un vero peccato che questa letteratura sia morta, perché ci pare molto divertente e piena di fantasia...
Jean Delumeau: Certamente prima delle grandi scoperte geografiche, si parlava dei paesi lontani in termini mostruosi. Poi, dal momento in cui cominciano i grandi viaggi e si scopre l’estremo Oriente e l’America, ecco che i paesi esotici cessano di essere i luoghi dei mostri. Ma direi che ciò accade proprio perché il mostruoso torna a rifugiarsi in Europa. E’ li che lo ritroviamo: in Francia, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna. Ed è li che il mostruoso abita, proprio perché è lì che si concentra il peccato.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Come spiega Lei il fatto che, pur essendo il mostruoso conseguenza del peccato, le corti fossero piene di nani, buffoni e persone mostruose? Basta guardare i ritratti di Velazquez...
Jean Delumeau: Quando capita un caso mostruoso, per esempio un bambino anormale, questo vuol dire che i genitori sono in colpa. Questo legame tra pec¬cato e punizione del peccato già in questo mondo, è una dottrina as¬sai antica. La ritroviamo già presso gli Ebrei dell’Antico Testamento. Poi è stata ripresa dalle Chiese, nonostante il fatto che fosse contraria all'insegnamento di Gesù. Infatti Gesù è stato interpellato altre volte su questo problema. I suoi discepoli gli hanno chiesto, vedendo dei malati e dei ciechi: Sono puniti per i loro peccati o per quelli dei loro genitori? E Gesù risponde: né l'uno né l'altro. Ma queste tesi assai moderne di Gesù sono state dimenticate per molto tempo dalla comunità cristiana.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Prof. Delumeau, nella prima parte di questa conversazione Lei ci aveva detto che il successo del cristianesimo tridentino sta nella "cristianizzazione delle campagne". E Lei sottolineava questa parola di "cristianizzazione" e mi rimproverava il mio termine di "re cristianizzazione", perché, secondo Lei, le campagne europee sono rimaste pagane fino alla fine del Cinquecento. Allora, come si spiega questo successo del cristianesimo del Concilio di Trento (e della Riforma protestante anche, perché anche i protestanti puntano alla cristianizzazione delle campagne)? Qual’è la differenza rispetto ai metodi del cristianesimo medievale?
Jean Delumeau: Per quel che riguarda la vita religiosa quotidiana nel Medioevo, sappiamo assai poco. Quindi non è facile confrontare il "prima" e il "dopo". Ad ogni modo quel che risulta da una serie di studi convergenti è il successo progressivo degli uomini delle due Riforme (quella cattolica e quella protestante) nel conquistare il mondo rurale (l'ho già detto la settimana scorsa). Ci si accorge insomma che c’è 'stata un’acculturazione, parzialmente riuscita (non dico pienamente riuscita, sarebbe impensabile). Prendiamo, per esempio, il mondo cattolico: ebbene, la festa barocca, il ritmo religioso (la confessione) la comunione frequente, il moltiplicarsi di confraternite come quelle del Rosario o del Santissimo Sacramento), la regolarità delle missioni nelle campagne, tutto. questo ha modificato in una certa misura il "clima religioso". E se a questo si aggiunge l'influenza del catechismo insegnato regolarmente ai bambini, alla fine del Seicento, inizio del Settecento si ha a che fare con una popolazione rurale che conosce molto meglio quelle che sono le esigenze liturgiche, dottrinali e morali del Cristianesimo di quanto non le conoscessero i contadini di tre o quattro secoli prima. Mi sembra quindi che c’è stata un'acculturazione della gente delle campagne grazie al cristianesimo barocco, e che questa acculturazione è parzialmente riuscita...
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Questo quadro che Lei ci dipinge per tutta l'Europa, è ugualmente vero dappertutto? Non è che la paura degli eretici in Spagna sia stata molto più forte che non altrove... che il successo del cristianesimo barocco sia stato maggiore nell'Italia del Nord che non nell'Italia meridionale... Forse anche questo dominio della paura non è stato uguale dappertutto...
Jean Delumeau: Le dirò, in termini generali, che c'e certamente una "geografia della paura". Ho cercato anche di disegnare questa geografia verso la fine del Cinquecento e agli inizi del Seicento. Ci sono due paesi che, mi sembra, hanno avuto meno paura degli altri: l'Italia e la Polonia. Sono infatti i due paesi che, in quell'epoca, hanno meno perseguitato le streghe, i due paesi che sono stati meno antisemiti e che sono stati i più tolle¬ranti nei confronti dell'eresia (quest'ultima affermazione vale soprat¬tutto per la Polonia). La Polonia, ancora nel Seicento, appare un paese incredibile (le sue disgrazie cominciano nel Settecento). Per quanto riguarda l'Italia, essa resta il paese meno antisemita dell’Europa (nonostante i "ghetti"), il paese dove la "paura degli ebrei" è quasi sconosciuta. Credo quindi che questi due paesi siano due eccezioni particolarmente interessanti nell'Europa del Seicento, e provano che può essere assai utile studiare una "geografia della paura".
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: E a cosa attribuisce Lei queste differenze di comportamento?
Jean Delumeau: E' una cosa difficile da spiegare... E' già qualcosa il poter stabilire queste differenze geografiche ....Ma, per quel che riguarda l'Italia, non c’è dubbio che era un paese dove si era più liberi che altrove. Era un paese con un alto tasso di urbanizzazione, il paese più ricco, il paese più colto, il paese dove c'era più libertà di spirito. E questo persino all'epoca della Riforma Cattolica (o Controriforma): in Italia sono stati bruciati pochi eretici, non sono stati espulsi ebrei (nemmeno negli Stati Pontifici), e le relazioni con i "ghetti" sono continuate all'insegna della normalità. Per quanto riguarda la Polonia, invece, bisogna pensare che era uno dei paesi più "marginali" d'Europa. E forse per questa ragione, insieme al fatto che la nobiltà polacca manifestava grande interesse per le idee eretiche, sono state tollerate opinioni e cerchie che non erano ammesse altrove... Si è trattato di un caso molto particolare... Non bisogna pensare alla Polonia del Cinquecento e del Seicento sulla base della Polonia di oggi così solidale e unita in un cattolicesimo militante. Non c'e nulla di tutto questo nella Polonia del Rinascimento, che era un paese dove, presso le classi alte, imperava massicciamente l'influenza italiana.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei ha accennato adesso a una "paura" molto particolare che era la paura degli ebrei. Si sa molto bene, del resto, che la Spagna e il Portogallo del Seicento hanno espulso gli ebrei (persino gli e¬brei convertiti, in qualche caso). Quindi noi avremmo i due atteggia¬menti estremi: un’Italia molto tollerante da una parte, e una Spagna decisamente intollerante. E il resto d'Europa? Può dirci qualcosa su questo, sulla paura diffusa nei confronti degli ebrei, e sull'atteggiamento di paesi come la Germania o la Francia?
Jean Delumeau: Gli ebrei sono stati espulsi dalla Francia, con la sola eccezione di coloro che abitavano in luoghi di cultura francese che non facevano parte del regno di Francia,come la zona di Avignone, che dipendeva da: Papato. Tuttavia, in termini più generali, bisogna distinguere due atteggiamenti diversi nei confronti degli ebrei: nell'alto Medioevo c’è già una paura dell'ebreo (sebbene molto limitata), che si esprime attraverso moti locali e "pogrom" e che proviene dagli ambienti degli artigiani. Poi abbiamo invece il linguaggio teologico sull'ebreo. Secondo questo linguaggio, gli ebrei appartengono a un popolo "deicida". Ora, questo linguaggio teologico anti ebraico si accentua a partire dall'epoca delle crociate (tengo a precisare che dico queste cose come storico cristiano... Perché negarle, del resto? Le ha ricordate poco tempo fa anche Monsignor Etchegaray)... Insomma, sulla base di questo linguaggio teologico, non si aggrediscono più soltanto gli artigiani ebrei, ma nel Seicento si precisa un attacco all'ebreo in quanto tale, in quanto appartenente a un popolo "deicida". E' così che si spiegano le persecuzioni e le espulsioni degli ebrei. Verso la metà dei Cinquecento questo antisemitismo riesce a impadronirsi del potere persino a Roma. Fino ad allora i Papi avevano protetto gli ebrei, ma Paolo IV e Pio V sono i primi due papi antisemiti. Quasi contemporaneamente, nel 1543 mi pare, Lutero si scatena contro gli ebrei in Germania, con due scritti immondi che poi Hitler farà ristampare in un milione di esemplari. Quindi c'è una curiosa coincidenza tra ciò che accade a Roma e ciò che accade in Germania nel mondo protestante.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Senta, prof. Delumeau, Lei ha sostenuto una tesi curiosa a proposito delle conseguenze che ha avuto il cristianesimo barocco. E cioè che, combattendo la religiosità popolare impastata di superstizioni, il cristianesimo del Concilio di Trento abbia finito per porre le premesse per la laicizzazione della società e per la sua decristianizzazione. Un paradosso quindi: il Concilio di Trento voleva una religiosità più spirituale ed ha ottenuto invece una società laicizzata e decristianizzata... E' proprio cosi?
Jean Delumeau: Non credo che si debba identificare "laicizzazione" e "decristianizzazione". Direi che e il contrario: la cristianizzazione ha invaso il mondo dei laici, e nel Cinquecento ci sono dei laici talmente interessati ai problemi religiosi, da farsi carico della vita reli¬giosa dei loro contemporanei. E' il caso di Calvino, per esempio. Op¬pure quello del re inglese Enrico VIII, che scrive un trattato sui sacramenti contro Lutero, e si merita l'elogio del Papa... Quindi vi è una certa differenza tra "laicizzazione" e "decristianizzazione". Ma d'altra parte (e qui rispondo alla vostra domanda), noi oggi ci accorgiamo, man mano che progrediscono gli studi sulla vita religiosa, che in questi ultimi tre secoli di cristianesimo dal Seicento a oggi accade qualcosa che possiamo riassumere con una formula che non ho inventato io e che è questa: le città sono state cristianizzate e decristianizzate prima delle campagne, in un movimento di lunga durata.
Serge Cosseron e Bruno Somalvico: Lei ha studiato per anni un certo tipo di cristianesimo (quello del Concilio di Trento) e ne ha colto alcune componenti psicologiche collettive: il senso di colpa e la paura, in sostanza. E allora vorremmo chiederle: qual'è la sua conclusione? Dobbiamo desiderare una religiosità e una società senza paura, oppure siamo condannati a convivere per sempre con la paura?
Jean Delumeau: Uno studio sulla paura conduce a questa conclusione: la paura è con¬naturata all'uomo, è qualcosa di esistenziale, qualcosa che non sparirà mai, perché la paura è fondamentalmente "paura della morte" e la morte non può scomparire. Inoltre la paura, in quanto presa di coscienza di fronte al pericolo, è un sentimento salutare, è una diagnosi lucida che consente di evitare una situazione pericolosa. E questa può essere una prima conclusione. La seconda conclusione invece (che può sembrare in contraddizione con quanto ho detto) è che l'individuo, le collettività e le culture debbono battersi continuamente contro paure che possono assumere forme e visi diversi e che minacciano di sommergerli completamente. Entrambe queste conclusioni sono contemporaneamente vere: "la paura ci sarà sempre" e "occorre combattere la paura". La storia ci dice che ci sono delle epoche di "riduzione" della paura e delle epoche di "crescita" della paura: è quel che ho cercato di mostrare attraverso i miei libri.
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